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Tron Legacy - ritorno al futuro

Written by  09 Feb 2011
Published in Cinema
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Debora Montanari, controcorrente rispetto a molte critiche, ha apprezzato il discusso sequel di Tron, ritrovandoci lo spirito dell'originale degli '80's. E in questa recensione ci spiega perché.

 


Di TRON: Legacy, se ricordate, avevamo parlato già prima dell'uscita della pellicola, prevalentemente in relazione all'originale franchise che collegava il film dell'82 al sequel attuale attraverso il video game TRON: Evolution (ripassate l'articolo di Mario sul sito di Nocturno QUI).
In seguito, all'uscita del film in sala, accanto ad analisi molto raffinate sull'evoluzione nel rapporto uomo-tecnologia messe in scena dal Legacy - come quella di Gabriele Niola su Punto Informatico - abbiamo orecchiato in giro diversi pareri delusi dal nuovo capitolo: debolezza di sceneggiatura, incongruenze, solo un'esplosione di effetti speciali in 3D... lo stesso magazine Nocturno non è stato tenero col film diretto da Joseph Kosinsky, sembrava un tiro al bersaglio.

 

Ma, come spesso difendiamo a spada tratta film scomodi, sgraditi al grande pubblico quanto alla 'kritika', troppo lontani dal gusto medio, abbiamo pensato che andare controcorrente offrendo un'ancora di salvezza anche a questo film dichiaratamente commerciale e blockbuster fino al midollo era un'impresa da Posthuman: e chi la poteva intraprendere, se non Debora Montanari, l'autrice fantasy amante viscerale del cinema commerciale made in USA e degli anni '80 in particolare?

Non sbagliavamo: a lei il film è piaciuto e ce ne offre le motivazioni da par suo nell'articolo che segue. Signore e signori... parola alla difesa.

 


 

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TRON: Legacy aveva destato curiosità sin dal momento che era stato annunciato, soprattutto perché non si parlava di remake ma di sequel. Cosa c’è di strano? Be’, il primo Tron è uscito nel 1982, questo sequel è uscito quindi 28 anni dopo il primo, mirabolante Tron. Eh sì, mirabolante, perché Tron è stato il primo film ambientato nel cyberspazio.
Nel 1982 siamo stati tutti catapultati dentro un videogioco e l’innovazione ci è stata regalata dalla Disney, ci si chiedeva quindi il perché di un sequel dopo così tanto tempo: tanto, perché chi come me aveva visto Tron al cinema di sicuro ha sentito la necessità di un ripasso; e tanto, perché per chi non era neanche nato il primo Tron esisteva solo nella memoria cinematografica. La risposta, non l’unica ma forse la principale, è che TRON: Legacy rappresentava per la Disney una nuova sfida, tra l’altro affidata ad un regista esordiente Joseph Kosinski, un notevole rischio compensato, comunque, dalla presenza di Jeff Bridges (sotto a sinistra), già interprete principale del primo Tron e di nuovo nei panni di Flynn.

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Kevin Flynn ha realizzato un videogioco e lo ha fatto diventare realtà, è un genio, ma forse anche qualcosa di più perché ha creato un mondo, una realtà cibernetica dove lui si può trasferire, dove può vivere e interagire con le sue creazioni, una realtà comandata dalla sua copia cibernetica Clu, che lo sostituisce quando lui rientra nella nostra realtà. Kevin non può abbandonare la Dimensione Terrestre, suo figlio Sam lo aspetta a casa e ogni sera la favola della buonanotte è dedicata ai personaggi dell’altra Realtà: a Clu e a Tron.
E’ nella favola narrata all’inizio del film che si ha un rapido e chiarificatore riassunto che ci offre un ripasso del primo Tron, ascoltatela bene se non conoscete il film del 1982, sono informazioni utili per capire gli eventi di questo sequel: soprattutto scoprite che Tron non è solo un videogioco ma è anche una persona, o meglio, la copia cibernetica dell’amico di Flynn, Alan, che incontriamo di nuovo in questo sequel.


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Nel 1982 Tron era l’attore Bruce Boxleitner che vediamo, invecchiato, sempre nei panni di Alan, amico fidato che ora sostiene il giovane Sam (Garrett Hedlund), un ragazzo un po’ allo sbando a causa dell’improvvisa perdita del padre: Flynn scompare infatti nel 1985, dopo la favola della buonanotte saluta suo figlio, esce di casa e non fa più ritorno.


Il nuovo Tron ha una particolare caratteristica, si svolge in due dimensioni, quella terrestre e quella cibernetica, e lo spettatore si ritrova a vivere l’esperienza non solo a livello di sceneggiatura, ma anche a livello visivo. La Dimensione Terrestre è “normale” sul grande schermo, quindi in 2D ma quando si cade, insieme a Sam, nel mondo di Tron ecco che l’immagine si trasforma e il 3D regala una potenza impressionante ad un mondo lontano dal nostro e molto, molto inquietante. Inquietante è anche vedere Jeff Bridges ringiovanito di 30 anni, il computer fa miracoli, soprattutto in questo film che deve mettere a confronto lo stesso personaggio Kevin Flynn, alias Clu: il primo è l’umano ormai sessantenne, il secondo è un clone digitale mai invecchiato: vi assicuro, una esperienza anche per lo spettatore. Avrete ormai capito che Sam rivedrà suo padre ma nell’altra dimensione, dove finisce per caso e più che arrivarci posso dire che…ci cade.

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La caduta avviene in uno dei momenti più belli del film, davvero emozionante per chi ha vissuto Tron negli anni ’80: Sam arriva in una vecchia sala giochi e a noi viene regalato un balzo nel passato attraverso la musica e un’atmosfera fortemente nostalgica che colpisce nel segno. I giovani, che non possono godere delle emozioni legate agli anni ’80, troveranno straordinario, invece, il mondo cibernetico, diverso e, naturalmente, più innovativo rispetto al primo Tron, un mondo che si è evoluto ed è cresciuto insieme a noi in questi 28 anni.
Dalle atmosfere azzurro livido delle luci fluorescenti del 1982 si passa a un buio fitto illuminato da luci vivide e dense che si stagliano su un’atmosfera oscura e inquietante. Quello di Tron è un mondo pericoloso, troppo simile al nostro.


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La trama di TRON: Legacy è scarna, più legata al concetto che allo sviluppo di una storia: il concetto è “la famiglia”, immagine che si perde e si ritrova più volte in uno sdoppiamento che dà l’impressione di vedere la vita dei personaggi allo specchio, questo rende l’insieme a dir poco interessante.
Inutile dire che ambientazioni e immagini sono splendide, TRON: Legacy coinvolge l’occhio e devo dire che la Disney vince la sfida, proponendo un sequel che non si può definire innovativo come fu Tron nel 1982, ma di sicuro caratteristico nel senso che TRON: Legacy ritrova Tron, il figlio ritrova il padre, non solo nella trama ma anche a livello cinematografico: solo Tron si presenta così, non ci sono altri film che si possano definire simili.
Anche a distanza di 28 anni le peculiarità di Tron rimangono, persino la lentezza nello svolgimento del film, ma attenzione parlo di lentezza non di pesantezza e c’è differenza, dal momento che anche un film lento può risultare interessante e coinvolgente; con TRON: Legacy la lentezza si diluisce nella fantascienza, nell’azione, nelle immagini, nella indovinata colonna sonora dei Daft Punk (sono quelli dietro i caschi qui a sinistra), e tutto diventa un segno di distinzione.

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La produzione - di conseguenza anche gli sceneggiatori Kitsis e Horowitz - ha puntato su un sequel capace di mantenersi fedele al primo in tutto e per tutto, non si è limitata a proporre gli stessi attori, ma ha cercato una continuità con gli anni ’80 trovandola nello sviluppo del film, attraverso una sceneggiatura che si abbandona ai dialoghi, a momenti di riflessione, staccandosi dall’idea di “film adrenalinici” a cui siamo abituati ora, per riportarci ai film di fantascienza anni ’80, quelli che riuscivano a regalare allo spettatore il tempo per capire il film e per divertirsi in un crescendo di azione e di avventura.

Il legame con Tron è addirittura mantenuto attraverso la musica che affianca la colonna sonora dei Daft Punk: parlo delle canzoni che richiamano l’epoca del primo film tra le quali spicca per potenza e forza evocativa “Separate Ways” dei Journey. Omaggio al mitico gruppo dei Journey che, ed ecco un altro collegamento con il primo film, erano presenti nella colonna sonora del 1982 con il tema di Tron “1990s Theme” e con "Only Solutions".

È chiaro che TRON: Legacy non è solo un recupero del marchio “Tron”, ma anche un lavoro approfondito, intelligente, che nasconde tra le righe richiami continui al suo predecessore giocando sull’immagine – quella degli attori – e sulla musica, oltre che sullo sviluppo stesso del film, un ottimo film d’atmosfera, un sequel efficace e suggestivo capace di dar forma all’emozione.

Debora Montanari

 


 

Fin qui l'arringa della difesa, signori.
Ora che il film sembra aver compiuto il suo tour nelle sale, però, vorremmo porvi un'altra domanda: cosa ne pensate, di questo progetto multimediale, voi che avete giocato a Tron: Evolution? E' ora che Posthuman accolga anche la voce dei funanboli della console (e del PC) perché nel dibattito su un film-videogame non può mancare la voce dei conoscitori del videogame-film.
A voi la parola....

Posthuman staff

Last modified on Thursday, 10 February 2011 10:41
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