L’ultimo romanzo del master of horror di Bassavilla (Edizioni della Sera) è un nuovo viaggio sul filo dell’orrore e della “musica del diavolo”, nutrito dei ricordi on the road del prolifico scrittore-chitarrista come delle leggende sui Grandi Miti del r’n’r e sulle loro morti mai pacifiche.
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Rock e orrore, accoppiata vincente per Natale: l’anno scorso, in questo periodo, scrivevamo del saggio Horror Rock di Vitolo/Lazzati, in cui tra l’altro veniva ospitata anche l’autorevole voce di Danilo Arona, fine esperto di entrambi. Quest’anno ci troviamo fra le mani proprio il suo ultimo romanzo (anche se concepito nei ’90 e già edito in diverse forme, come leggete in questa intervista), programmaticamente intitolato Rock – I Delitti dell’Uomo Nero: ben 476 pagine che la neonata collana thriller di Edizioni della Sera ci offre a soli 15 € (anche se poi ci fa scontare l’invitante prezzo con un editing malamente raffazzonato): come immaginate, la bava ci cola subito dalle zanne come a un licantropo in notte di luna piena.
Bene, rock (anzi, Rock, come dice lui) e orrore sono tòpos classici dell’Aronaland: se la musica compariva di scorcio (un concerto in misterioso blackout) ne L’Estate di Montebuio, il binomio è in pieno al centro di molte altre sue opere, fra cui Palo Mayombe, riedito quest’anno sotto icastica copertina guitarelettrica (riprodotta a lato) da Kipple (a 15 € in carta, 4.5 se apprezzate la lettura digitale), che personalmente ho divorato poco tempo fa. 
Anzi, sono talmente massicce le affinità fra questi due romanzi che se ne può tentare un’analisi in parallelo: in entrambi, infatti, le vicissitudini di band di piccoli artigiani del rock da dancing club (là fra Key West e Ibiza, qua intorno a Bassavilla e fino a Fuerteventura) s’intrecciano con quelle dei Grandi del Rock (su tutti, Jimi Hendrix, con la sua mano sovrumana, mito dell’autore e di ogni chitarrista) e gli oscuri disegni di forze occulte e mostruose.
Forze che, in Palo Mayombe, consistono ovviamente nella magia nera legata ai rituali del culto animista parente del più noto Voodoo e della Santeria, tutti fioriti nell’area caraibica ad opera degli schiavi africani convertiti con la forza dai negrieri a un cristianesimo di facciata: e giù sacrifici umani, zombificazioni e tutte le nefandezze di cui noi sanguinari non sappiamo fare a meno.
E in Rock – I Delitti dell’Uomo Nero? Qui non è esplicitato un “motore magico” dell’orrore, e secondo me questa mancanza un po’ si sente: manca quel collante narrativo a sostegno del dipanarsi degli eventi più raccapriccianti – le ragazze scomparse in ogni paese in cui suona la band, gli strangolamenti con corda di chitarra – soprattutto di quelli più assurdi, che mettono a dura prova la famosa sospensione dell’incredulità richiesta al lettore di horror sovrannaturale in dosi massicce.
In questo romanzo esso è rimpiazzato dall’esoterico confronto fra rocker diabolici e non meno temibili Fustigatori fanatici: Arona si (e ci) diverte a giocare con una delle più longeve e diffuse leggende metropolitane, quella sul rock satanico, sui malefici messaggi subliminali (backward masking), presunti inviti al suicidio e isterismi connessi. Ma alla fine sembra che un po’ fatichi a chiudere il cerchio, narrativamente parlando: insomma, ‘sto rock è dionisiaco ma vitale (come sosteniamo noi, suoi fan) o davvero malefico e “cattivo maestro” (come sostengono detrattori e moralisti)? 
L’apocalittico finale, con un sovrumano duello fra non meglio precisate forze di un Rock “buono” schierate contro quelle demoniache sa un po’ di tirato per i capelli: un po’ come quando i musicisti che flirtano con Lucifero, tenebre e maledettismo devono spiegare le loro reali convinzioni e s’inerpicano in improbabili metafore, tipo che il satanismo cela la “critica di una società inaridita senza valori” e consimili compiacenti banalità. Che sia questa la vera maledizione del rock? Tenerci sempre sospesi fra passione e dannazione, all’oscuro dei suoi fini ultimi?
È sicuramente una possibile lettura “a chiave” della vicenda, come lo è anche quella che la maledizione non sia altro che “il cattivo incedere del tempo” (titolo di ben 4 capitoli): quella promessa di eterna giovinezza implicita nella “musica dei giovani” che si trascina dietro di sé una scia di “eterni giovani”, malamente bruciati prima di arrivare alla maturità, e schiere di “ex giovani” come i Privileges (come tutti noi alla fine), che invece un giorno si scoprono invecchiati senza esser diventati dei miti, stempiati e forse un po’ falliti. Vittime di un sogno di eterna adolescenza trasformato in una “Nowhere Land” da incubo.
Certo, sta in piedi anche questa lettura, ma Arona non è certamente (non solo) un cantore generazionale del “come eravamo”, alla Salvatores/Moretti, per intenderci. Il suo mondo è più quello di Stephen King, dell’orrore che sbuca all’improvviso dalle situazioni più banali del quotidiano, delle misteriose macchine nere (Christine?), sempre di passaggio quando le chitarre spillano sangue, di uomini neri che sbucano dagli armadi come le paure che ci inchiodavano sotto le coperte da bambini.
Arona è poi un maestro (e lo è in ambo i titoli) nel collegare spunti oscuri spigolati dalla sua vasta cultura rock – il Voodoo Chile, la Purpurea Foschia, l’Helter Skelter beatlesiano e il morrisoniano “Ride the Snake…” – a fatti reali come le morti eccellenti della nostra musica (Hendrix e Morrison, certo, Janis e Brian Jones, ovvio, ma anche gli omicidi di Lennon e Marvin Gaye, gli incidenti aerei di Richie Valens e Otis Redding…), e poi la strage di Bel Air, i suicidi di massa di strampalate sette religiose, le storiche crociate anti-rock di movimenti integralisti americani fissati col satanismo e i famigerati messaggi nascosti a rovescio nei dischi.
Fili che infine collega nell’appendice epistolare “manzoniana”, in cui inserisce il se stesso giornalista-indagatore di misteri rockettari in corrispondenza con un esperto di occulto, che ci svela il versante “realistico” dei fatti accaduti, insieme a un’ulteriore chiave di lettura alieno-fantascientifica (ma smentendola subito dopo).
Altra sagacia letteraria di Danilo è quella di tenere tutto questo materiale (già noto al rockettaro evoluto, anche se lui ti scova sempre il dettaglio che ignoravi) sullo sfondo, così evitando di cadere nel saggismo più o meno scandalistico e concentrandosi altresì sulle vicende di musicanti anonimi, entusiasti mestieranti di strada senza gloria, che i Grandi li sognano come tutti noi ma non li sfioreranno mai nelle loro sfigate tournée fra paesucoli di bovari e feste patronali nell’italietta di Peppone e Don Camillo. Un punto di vista “terra terra” che consente all’autore di effondere tramite i suoi protagonisti un ricchissimo memoriale autobiografico, riesumato appunto dai propri wild years on stage, che rende estremamente vivido e gustoso per il lettore avido di storie di rock.
Tanto più ricco, aggiungerei, proprio perché frutto di autentica passione sostenuta da sé sola, mai premiata dalla gloria, dal successo, dalla ricchezza o dal glamour che lo showbiz sa generare... ma non qui, non per noi; le luci sono sempre accese altrove, se giochiamo questa partita lo facciamo solo perché ci piace.
Un gusto, dicevo, che forse in Rock – I Delitti dell’Uomo Nero gli prende un po’ la mano, dato che le touring chronicles dei suoi Privileges ci portano fin oltre pagina 170 del romanzo prima che appaiano più che accenni, incubi inspiegabili e inquietanti presagi del versante più autenticamente thriller della storia: le sparizioni di ragazze, gli omicidi perpetrati con la corda del Mi cantino della Stratocaster, le indagini della polizia etc. Ma che apre la strada all’autentica messe di chicche che delizieranno il palato viniltossico: a partire dal babau Sam Hain, descritto come una specie di Screamin’ Jay Hawkins diabolico, sempre colla tuba in testa (come lo vedete nella foto a destra), proseguendo con la valanga di citazioni di canzoni, album, testi, accordi, copertine e tutto quanto noialtri avidamente collezioniamo da una vita; c’è anche l’immancabile concerto oltre la vita, che tutti abbiamo sognato prima o poi, con tutti i Grandi Morti riuniti in una sovrannaturale dream band: Hendrix, Morrison, Lennon, Gaye, Joplin, Jones… e altri ancora!
Per concludersi nell’appendice con la fittizia discografia della mitica Cobra Records romanzesca, su cui i lettori-discomani potranno sfidarsi per nottate intere a riconoscere nomi e titoli reali dissimulati: per esempio, Do You Wanna Dance sarà proprio di Stuart Sutcliffe, o non forse di Cliff Richard… o dei Ramones? E che titolo si nasconderà dietro The Dark Side Of The Soul o… When A Man Loves an (Orgasmic) Woman?! E Virginia Summers sarà lontana parente di Donna Summer? Insomma… buon divertimento!
Cobra è peraltro il nome dell’etichetta (reale) che in passato pubblicò l’unico 45” dei veri Privilege di Arona, ma di cui in rete potrete scoprire che è esistita un’omologa americana, per la quale hanno inciso diversi nomi sicuramente nel cuore del chitarrista-scrittore piemontese, da Buddy Guy a Willie Dixon. Ma anche un’etichetta finlandese specializzata in death/thrash metal, una che pubblica musica classica e una dedita alla dance music elettronica... Che sia l’ennesima Arona-beffa?
Nel dubbio, noi ci siamo attrezzati per reggere la sfida anche sul piano iconografico: infatti, le foto che illustrano quest’articolo non sono legate al libro direttamente ma idealmente ne costituiscono un degno (benché arbitrario) corollario visivo: c'è la cover censurata di Electric Ladyland di Hendrix (per le donne nude), uno scatto molto noir (scartato) per la cover di Hardcore dei Pulp, uno Screamin' Jay Hawkins che esce dalla bara (coup de theatre molto horror), una cover fumettistica non meno horror dei Cramps (citati nel libro), una dei Whitesnake (immaginate miglior interpretazione del "ride the snake"?!) e una dei Samhain, formazione di Glen Danzig post-Misfits. Già, perché - scritto di filato - il nome dell'uomo nero Sam Hain suona proprio come la festività pagana pre-Halloween, tu guarda il caso!
Qui a destra, infine, una cover mitica dei Grateful Dead '68eschi, si poteva avere un gruppo più simbolico dello spirito del romanzo?
Ora, alzate il volume e… buona lettura: ricordate, quando le ossa dei censori del rock biancheggeranno al sole, una Stratocaster urlerà la sua risata sul deserto.
Mario G
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