| Dante 01, inferno o trascendenza? |
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| giovedì, 17 luglio 2008 | ||||
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La presentazione audio in onda su Ciao Radio. Dante 01, in uscita nelle sale italiane il 25 luglio, è il primo film in cui Marc Caro siede sulla poltroncina di regista senza dividerla col Philippe Jeunet col quale cofirmò piccole gemme surreal grottesco fantastiche come Delicatessen o La Città Perduta. E di certo non sono stati scelti a caso da un autore noto anche in Italia ai fantalettori per un romanzo intitolato (guarda un po’) Il Vangelo dello Sciamano (Fanucci). Uno che il registro orfico-oracolare deve avercelo nel dna, almeno quanto i suoi personaggi hanno in circolo le letali nanotecnologie della spietata scienziata. Ogni personaggio nel film - pianeta in primis - ha un preciso riferimento simbolico-mistico, a partire dal nome fino al ruolo giocato all’interno del gruppo. Non si stupiranno di ciò gli ex coniugi Meurois-Givaudan, anche loro francesi come Caro, autori di numerosi testi di natura esoterico-ermetica, che pare attingano la loro conoscenza direttamente dalla cosiddetta Akasha, nome sanscrito per la memoria eterica universale. Il rimando alla concezione ermetica dell'universo, basata sulla interconnessione tra le sue parti, microcosmo e macrocosmo è infatti piuttosto evidente soprattutto nel finale ad effetto che allude piuttosto esplicitamente a un sacrificio di evocazione Cristica, di matrice però tutt’altro che cattolica. La Luce, a più riprese invocata dal protagonista San Giorgio, sostanza di cui pare fatto il trattamento inoculato dalla spietata ricercatrice, benché di segno opposto al suo istinto taumaturgico, è il concetto base, su cui tutta una cosmogonia di cui i coniugi sopraccitati sono portatatori, si fonda. Ma cos’è questa Luce? In che modo ha a che fare col divino? E per quale insondabile mistero il campo magnetico del pianeta diventa inoffensivo al contatto con l’energia di questo strano Santo spaziale? Il film lascia questi interrogativi aperti e neppure accenna a chiuderli, come probabilmente avrebbe fatto se al posto di Caro fosse stato Shymalan. E a noi pare saggio che allo spettatore resti un senso di incompiutezza, quella stessa che all’essere umano rimane di fronte al dilemma da cui la sua stessa vita prende le mosse... Sarà forse proprio questo che Caro cerca di suggerire? In ogni caso, questo sincretismo mistico che abbiamo tentato per quanto possibile di… “lumeggiare” (!),evidentemente piace molto ai raffinati fantascientisti d’oltralpe, se pensiamo al film-fumetto Immortal di Enki Bilal, per fare un esempio (lì si scomodava il pantheon egizio). Ma il fumettista Caro, oltre ad aver metabolizzato i film classici della s/f filosofica (2001 Odissea nello Spazio, Solaris), sicuramente ben conosce le visioni fantasy mistiche di autori sommi della bande dessinée, come Philippe Druillet (Lone Sloane), Caza (cercate Gli Abitanti del Crepuscolo), o i Tecnopadri dell’”ex regista” Jodorowsky. Tornando al film in quanto “storia”, l’impegnativa sovrastruttura filosofica genera però un certo scollamento fra la vicenda carceraria, i suoi colpi di scena drammatici, la rivolta, la fuga, le violenze, la minaccia d’annullamento totale del gruppo, e le ambizioni ‘alte’, metaforiche, che presiedono al tutto. Il che comporta che diversi aspetti del plot restino un po’ oscuri (che esperimenti sta effettivamente conducendo la scienziata? A cosa mira?), come anche certi rapporti fra i reclusi e i loro guardiani (astuto far notare la loro dipendenza reciproca, come nelle carceri reali, in cui le guardie non hanno mai un vero controllo pieno del sistema-detenuti, ma l’equilibrio si fonda su una sottile collaborazione fra i due fronti). Chi sperava di assistere a un nuovo Matrix (certo, il protagonista Lambert Wilson che vedete qui in foto, coi suoi oscuri poteri taumaturgici è chiaramente un “eletto”), o almeno a un nuovo The Cube (l’ambientazione claustrofobia “a scatole” consente di massimizzare la resa emotiva di minime location di studio), potrebbe alla fine restare un po’ deluso, o almeno spiazzato. Le riprese, quasi sempre buie, spesso deformate o rimandate dagli onnipresenti schermi di controllo, contribuiscono alla grande a generare un senso di oppressione e soffocamento che lo spettatore medio può trovare sgradevole. Ma Dante 01 palesemente non è s/f da effetti speciali: Caro è riuscito a costruire un microcosmo buio e angosciante valorizzando mezzi produttivi modesti e la scrittura di Bordage, lo spirituale finale “psichedelico” alla Space Odissey non son certo ingredienti per grandi platee. Per questo si può anche accettare che il film si possa dire non del tutto riuscito, per l’irrisolta disomogeneità fra i due piani filosofico e thriller: secondo noi rimane un esperimento molto interessante per chi invece ama una s/f che osa sul piano concettuale. E che tra l’altro tocca i suoi alti obiettivi meglio del (secondo noi) deludente Sunshine di Danny Boyle, ad esempio, che andava nella stessa direzione ma con ben più gravi confusioni e indecisioni narrative. Cosa che invece faceva in modo più semplice e stimolante il già citato film The Cube di Natali: al di là della scenografia, infatti, la sua domanda di fondo non era ancora una volta sul senso ultimo di un universo incomprensibile?
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