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Il Nudo e il Morto

Written by  03 Mar 2008
Published in Notizie
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In mostra al PAC di Milano fino al 27 aprile le opere di Joel Peter Witkin e Jan Saudek, due grandi fotografi, tanto personali e originali nell’approccio al mezzo quanto uniti dall'“oltraggiosità” nella rappresentazione del corpo, dell’erotismo in tutte le sue forme (anche quelle tabù) e della bellezza, anche della difformità e della morte.

Sì, dev’essere che a Milano il corpo dà fastidio. Eppure, se sculetta sulle passerelle degli stilisti fa tanto figo… Ma nell’arte no, non scherziamo! Prima è stata bandita l’antologica sull’arte omosessuale (e chissà dove e quando mai la si vedrà), ora Witkin e Saudek – due artisti strariconosciuti a livello mondiale – devono almeno traslocare da Palazzo Reale al PAC (dove li vedete fino al 27 aprile) per il loro evidente “carattere pornografico” (sic Moratti).
Noi, domandandoci se il direttore del PAC interpreti questa scelta come un onore o un insulto, proviamo intanto a immaginarci il direttore del Beaubourg di Parigi che sloggia come pornografo un cavaliere delle arti (Witkin lo è stato nominato da Jack Lang) per mandarlo, che so, a Pigalle; ma facciamo una fatica a vedercelo…!
Discorsi oziosi, direte voi: vero, ma io non riesco a non pensare alla riunione di giunta sulla mostra come un tableau vivant alla Witkin, pieno di nani, scimmie impagliate e menomati in paludamenti aristocratici e mascherine da sadici, mentre squittiscono isterici “Intollerabile pornografia! Dobbiamo difendere la Famiglia! Siamo noi i più moderati!”, con Eminence che sogghigna in un angolo come un papa di Bacon, non avendo nemmeno dovuto pronunciare un anatema pubblico per raccogliere tanto seguito.

Ok, ma veniamo alla mostra: mi ha davvero colpito l’accostamento in un unico percorso di due fotografi che personalmente avevo scoperto anni fa per caso e in momenti diversi. Da allora li adoro devotamente, infatti li ho anche citati esplicitamente in un racconto di qualche anno fa (Non si esce vivi dagli anni ’80), ma non mi sarei mai aspettato che l’associazione fra i due – in effetti molto posthuman – trovasse riconoscimento da parte dei curatori di una mostra.

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Riflettendoci, però, si capisce che il trait d’union fra i due non è poi così soggettivo: i loro mondi espressivi, così personali e acuminati, le rispettive tecniche nell’uso del mezzo fotografico hanno più d’un punto in comune. Certo, l’ossessione per il corpo, una sensualità, un erotismo per molti oltre il tollerabile, messi in scena in ricercatissimi ‘set’ (e l’espressione non è di comodo in questo caso); molto complessi e pittorici quelli di Witkin, più ‘poveri’ per necessità (almeno all’inizio, poi per scelta) quelli di Saudek, comunque le pose di entrambi distillano una profonda cultura iconografica e artistica, con espliciti riferimenti alle più diverse stagioni della storia dell’arte: dal Manierismo al Surrealismo, da Canova a Fussli a Dalì, dalla foto erotica fin du siécle al sado maso più pulp.

E, poi, c’è l’aspetto dall’impatto più inaccettabile per l’occhio “moderato”: il deforme, il grottesco, il “mostruoso”, presente nelle foto di Saudek nelle forme opime di corpi femminili brutti, grassi, non più giovani, in qualche caso di donne nane o addirittura menomate (la “Bella ragazza che amavo”). Qui, attenzione, l’inaccettabile sta proprio nella messa in scena del corpo difforme dai canoni medi della bellezza nelle stesse pose provocanti o lascive che il nostro impianto culturale accetta (e anzi apprezza) per i corpi di ragazze belle e giovani (a volte anche giovanissime, sfidando altri tabù).

Lo sguardo del fotografo praghese festeggia la bellezza canonica come quella difforme, ci offre la desiderabilità e il desiderio della donna matura, dell’adolescente, della lesbica o dell’incesto con “democratica” pariteticità, obbligandoci a riflettere sul nostro moto di disgusto per i rotoli di grasso che sbucano da una sottana alzata, per la nudità di una nana… ma allora la nostra mente “tollerante” in realtà tollera il “diverso” solo se ci viene esposto in contesti ben precisi, ossia che ci ispirino il liberatorio “oh, poverino!”, mentre se ci troviamo di fronte allo sbandierato “diritto di amare/essere amati/desiderati”, rappresentato nelle forme e nei codici che noi stessi riconosciamo come “erotici”, allora scatta la condanna e tutta la nostra apertura mentale ci abbandona di colpo?

Certo, non si tratta di puro discorso politico e menchemeno moralistico, con artisti complessi come questi: l’astuta tecnica “da bordelli primo ‘900” di Saudek (foto in b/n colorate ad acquerello con effetto volutamente rétro) dona alle sue immagini quella malizia, quella pruriginosità che l’orgia di corpi esibiti nella moda/pubblicità rende ormai merce rara. E consente al contempo al nostro sguardo di specchiarsi nella propria impurità e al moralista di gridare “al pornografo”, se lo desidera.
Nell’insieme, comunque, l’opera di Saudek è un inno alla vita, non privo di ironia e di una certa dose di compiacimento birichino-osé, anche se in qualche immagine filtra la pulsione di Thanatos a braccetto con quella di Eros (la ragazza col coltello, quella che si punta la pistola in bocca, o la ragazza con in mano il teschio del padre che vedete riprodotta qui a fianco).

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Ma è con Witkin che l’abbraccio Amore-Morte diventa tema, anzi IL tema chiave di una poetica che è un “viaggio al termine della notte” insostenibile per molti, che sfiora il mistico per l’artista e il sublime per noi: “Ho consacrato tutta la mia vita a trasformare la materia in spirito nella speranza di poter vedere tutto insieme un giorno. Vederne la forma complessiva, mentre s’indossa una maschera, dalla distanza che ci procura la morte. Lì, nell’eterno destino, cercare il volto che avevo prima che cominciasse il mondo”.
Una ricerca la cui profondità rischia di far apparire la poetica pur personalissima di Saudek quasi un divertissement gratuito, tanto nei corpi – vivi e morti – fotografati da Witkin Eros, deformità e Thanatos stanno sfacciatamente in posa sul palco di fantasmagorie onirico surreali dai simbolismi profondi e stratificati.

Altro che gusto morboso della provocazione! Le foto di Witkin sono tecnicamente sublimi sia a livello di composizione che di tecnica del b/n, poi “anticate” con interventi chimici (mordenti, viraggi) e plastici (tagli, graffi, rigature), qualche volta anche coloritura a mano come in Saudek (ad es. in Catrina, scheletro abbigliato come una sposa messicana, che intrappola una colomba). Una tecnica che, insieme a un fitto gioco di rimandi colti alle nature morte di Arcimboldi, ai trionfi della morte di Bosch, alla pittura manierista e barocca, all’estetismo di Canova, a simbologie mitologiche (Edipo e Giocasta, Venere e Pan, Bacchus Amelius), sacre (il crocefisso nudo, il martirio di San Sebastiano di Retablo), rende anche i più intollerabili fra i suoi incubi dei “quadri” che non si esauriscono nello “shockare” lo spettatore, ma spingono l’occhio a penetrare fra i drappeggi, fra gli strati di significato, per arrivare all’”anima della carne”.

Da notare che la mostra di Witkin annovera molte opere recenti (dal 2004 al 2007), non ancora viste (mentre il grosso di Saudek era già noto), con alcune stupefacenti concessioni alla “pura bellezza” (La Giovanissima, che appare in home page), all’autoironia (Ars Moriendi, con quelle maschere dell’orrore galleggianti sotto una bellezza goyana distesa) o incursioni nel politico (la parodia di Zattera della Medusa di Géricalut in chiave bushiana).

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Purtroppo le immagini offerteci per la pubblicazione non sono quelle che più testimoniano il gusto spiccatamente posthuman del “maledetto” Witkin, ma credeteci: se oserete sprofondare nelle visioni delle Inhabitants of Planet VI o di Mother of The Future (ambo del 2004), un'altra bellezza stesa come la Maya desnuda ma con maschera antigas(!), capirete perché le immagini di Witkin hanno fatto breccia nelle drammaturgie d’avanguardia dei Raffaello Sanzio, nei cadaveri del thriller The Cell di Tarsen Singh o nelle scenografie rinascimentali di Greenaway (o è che ambedue gli artisti avevano gli stessi gusti?).

Due cataloghi monografici (Federico Motta editore, soft cover, snelli e al prezzo contenuto di 22 € cad.) celebrano separatamente le due mostre: un acquisto che mi permetto di consigliarvi. Come anche i laboratori (gratuiti) volti a spiegare in pratica le tecniche adottate dai due artisti e a sperimentare la costruzione di un’immagine “a modo loro”.
Nella speranza che ci vengano offerte anche le loro modelle (!), le date (da prenotare) sono le domeniche 30 marzo, 6 e 20 aprile, sempre alle ore 15,30 (12 posti).

Magari ci s’incontra lì, ciascuno coi suoi vizi…!


Mario

P.S.: anche l'amico-filosofo Alberto G. Biuso scrive della mostra in toni molto positivi e simili ai nostri sul suo forum: la concordanza, per quanto ci onori, è del tutto casuale; potrete seguirla QUI.

Last modified on Tuesday, 25 March 2008 16:03
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