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Alice e quel che trovò nel suo mondo fuor di sesto

Written by  12 Mar 2014
Published in Teatro
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Lo spettacolo di Matteo Tarasco da Carroll con Romina Mondello, al teatro Ciro Menotti fino al 23 marzo, è ambientato in un visionario manicomio dalle prospettive sbilenche.

 


 

“Ma io non voglio andare fra i matti, – osservò Alice. Oh, non hai scelta, – disse il Gatto, – siamo tutti matti da queste parti. Io sono matto, tu sei matta. – Come fai a sapere che sono matta? – domandò Alice. – Non puoi non esserlo, - disse il Gatto, – altrimenti non saresti qua.”
(Lewis Carroll, Alice Nel Paese delle Meraviglie)

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La citazione del brano, che ritroviamo nei dialoghi dello spettacolo, l’ho trovata in apertura del graphic novel Arkham Asylum che, bizzarre connessioni mentali, mi si era affacciato alla memoria mentre seguivo l'Alice diretta da Matteo Tarasco. Nulla in comune, in verità, fra l’ardita rivisitazione fumettistica di Batman firmata Grant Morrison/Dave McKean (a destra una tavola) e la messa in scena teatrale, se non l’ambientazione manicomiale.

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Che secondo me però è il vero punto di forza di quest’ennesima rivisitazione del personaggio di Carroll, che sembra non smettere mai di ispirare registi e trasposizioni: a partire dal cinema (dal 1903 a Burton se ne contano più di venti, passando dal cartoon Disney all’animazione in stop motion di Svankmajer al porno vaudeville Alice in Wonderland - An X-Rated Musical Fantasy del 1976, fino al tuttora incompiuto Phantasmagoria – the visions of Lewis Carroll di Marilyn Manson) al fumetto (recente la versione dark pop pubblicata da 7Age Entertainment, di cui vedete una sexy copertina qui a sinistra), fino appunto al teatro, dove molto s’è parlato della recente versione con animazioni proiettate in scena di Bruni/Frongia dell’Elfo, che purtroppo non sono riuscito a vedere quindi mi asterrò da ogni confronto con quella di Tarasco.

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Il quale, dicevamo, pone Alice-Romina Mondello (foto a destra) nel manicomio di “Wanderland” (una terra del vagare?) e per la precisione in una squallida stanza-cella bianca con i materassi alle pareti, letto gabinetto e lavandino ma… capovolti! Con geniale idea scenografica (del regista, responsabile di scene e luci), noi spettatori vediamo la stanza dall’alto, come se spiassimo dal piano di sopra.

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Quindi, quando Alice-Romina è sdraiata sul letto in realtà si trova in piedi sulle sbarre della sponda (come vedete dalle foto ai lati dell’articolo), mentre, quando lei e gli altri attori si muovono, la coreografia gestuale ideata dal regista (certamente nutrita del teatro danza che Tarasco afferma di amare molto) li porta a strisciare su quelle che appaiono essere le pareti della stanza, tenendosi sempre stretti a qualche appoggio nel timore di precipitare. Idea visiva geniale quanto coerentemente legata all'idea drammaturgica che anima il lavoro.

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Precipitare dove? Nel vuoto più buio, quello della follia, evocata dal Gatto nella citazione in apertura e ribadita dalle tante, geniali frasi tratte da Alice Nel Paese delle Meraviglie, Attraverso lo Specchio e Quello che Alice vi trovò, più qualche riferimento alla follia shakespeariana (“Essere o non essere” da Amleto e il finale di Sogno di una notte di mezza estate). Quell’inquietudine di trovarsi in una situazione in cui nulla risponde alla nostra logica, quindi ci chiediamo se stiamo sognando o siano impazziti tutti quelli che ci circondano; oppure, come dicono loro… lo siamo anche noi stessi: “Siamo veri o un’idea nel sogno di un matto?”.

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Nella sua discesa agli inferi – o cammino iniziatico di rinascita – Alice, che in scena spesso si rivolge a una bambola di pezza chiamandola Alice, incontra quindi un’infermiera sexy-stracciata (a sinistra, un po’ alla Silent Hill), un Cappellaio Matto dall’accento siciliano (sopra a destra), una Regina Rossa russa (sopra a sinistra), una coppia Tweedledum & Twedledee (sotto a sinistra incappucciati)obbligata “a duellare ogni giorno almeno un po’” (sulla Sarabande di Händel/Barry Lyndon), un’odiosa duchessa dalla parlata napoletana, un Humpty Dumpty donnaiolo (accompagnato dalla Je T’Aime di Gainsbourg accennata al synt).
Ognuno di loro entra da un'apertura impervia nella stanza sottosopra, dialoga la sua follia con la protagonista ed esce com'era venuto, fuori da ogni logica, narrativa come spaziale. Chiude il carosello una mostruosa coppia Bianconiglio-Unicorno (sotto a destra, i loro mascheroni grotteschi sembrano usciti di peso da Donnie Darko) che trasecolano vedendola: “Credevo che gli umani fossero dei mostri di fantasia…”. Alice uscirà di scena per mano ai "mostri".


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Ma, pur in una drammaturgia “fuor di sesto” – come un incubo di Philip K. Dick, o come la scena in cui si materializza (qualcuno in teatro l’ha definita anche “alla Punzo”) – ne galleggiano a decine di frasi folgoranti, sganciate da ogni gravitazione logica: “Devi crescere, ti ci vuole un’etichetta”. Oppure “Non credere mai di essere diversa da quella che appari agli altri”. “Quando il mondo si difende da persone come te diventa invincibile. Perché tu hai guardato oltre lo specchio e parli con un cerbiatto”. O ancora “Tu stai viaggiando in senso contrario. Il che ha anche dei vantaggi: se vivi all’indietro significa che la memoria lavora in tutti e due i sensi”.

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Ha un senso tutto ciò? Non so rispondere con certezza, penso che nessuno possa: del resto, ha un senso fare un viaggio al termine della notte nella follia per rinascere rinnovati e "maturi" (o "etichettati" come fragile, come accade all'Alice teatrale)? Probabilmente è proprio questo il fascino immortale della sfuggente fiaba di Carroll dalle risonanze esoteriche, numerologiche, satiriche, surrealiste etc., che da oltre un secolo le garantiscono un'incessante corrente di versioni, adattamenti e trattamenti, che spaziano dal fantasy al gotico, dal rock (*) all'erotico o allo psicanalitico.

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Intanto voi vedete quest'Alice di Tarasco, interpretato (oltre che dalla Mondello) da Salvatore Rancatore, Federica Rosellini, Odette Piscitelli, che si alternano in tutti gli altri personaggi citati e altri ancora, fra cui una seconda, una terza e una quarta Alice: “Perché – ci spiega il regista” – ognuno di loro, ognuno di noi in fondo è Alice”. Se non ne uscirete confortati dall’aver “capito tutto”, vi ritroverete positivamente “squilibrati” da visioni sbilenche ma molto affascinanti (costumi, stracci e maschere di Chiara Aversano, musiche originali di Riccardo Benassi e Nicola Sacchelli contribuiscono all'atmosfera dark dell'insieme).

E, come dice il Cappellaio-Puck nei versi del Bardo, “Se noi ombre vi siamo dispiaciuti, immaginate come se veduti ci aveste in sogno, e come una visione di fantasia la nostra apparizione”.


Mario G


(*) Per una breve (e sicuramente non esaustiva) Alice-grafia in rock, vi consigliamo:

Last modified on Thursday, 13 March 2014 20:22
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