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I confini del nulla - una Twin Peaks letteraria

Written by  18 Oct 2013
Published in Libri
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Marco Marchetti recensisce il secondo romanzo della sfuggente saga di Carsten Stroud (Longanesi), un incrocio fra il David Lynch e lo Stephen King della provincia inquieta.

 

 


 

Carsten Stroud. Un bel nome, una bella faccia (che vedete accostata a una copertina americana dei suoi libri nell'immagine qui sotto a destra, NdR) e un passato da poliziotto che ti spinge a riflettere sul perché, in America, i poliziotti scrivano libri, mentre qui da noi hanno, mediamente, la cultura di un tricheco.

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Fino a ieri era uno sconosciuto fra i tanti sconosciuti, ma con la trilogia di Niceville (del primo romanzo, intitolato appunto come l'amena cittadina, vedete la copertina qui sotto a destra, NdR), di cui I confini del nulla (copertina in apertura, NdR) costituisce il secondo capitolo, ha scalato le vette delle classifiche, dimostrando un talento che ben pochi narratori passati e moderni possono vantare.

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È forse dalla copertina che bisognerebbe partire, o meglio, dalle copertine, perché entrambi i volumi editi dalla Longanesi condividono un'opera di Gregory Crewdson (a sinistra la sua foto utilizzata per la cover di Niceville: all'apparenza la stessa, o magari la stessa ma percepita da due angolazioni diverse, oppure due rappresentazioni complementari del medesimo concetto), capace di sussumere allo Spirito del romanzo più e meglio di tante altre confezioni.

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Immaginate una Twin Peaks (qui sotto un celebre still del serial lynchiano) del sud, con la sua toponomastica pellerossa, i quartieri residenziali, i giardini e le schiere di villette che si inerpicano per le colline. Immaginate un film di David Lynch (cui l'autore tra l'altro somiglia decisamente, NdR) della forma, visiva, narrativa e cinematografica, che incontra uno Stephen King della sostanza. Benvenuti a Niceville, sonnolenta cittadina dove niente è quello che sembra e ognuno ha un segreto da nascondere.

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Un villaggio dove, nel pieno rispetto della miglior tradizione gotica anglosassone, ogni luogo è pervaso da un animismo ancestrale e totemico, e i numerosi sedimenti di memoria storica e geografica, l'antico manicomio, la roccia a picco di Talullah's Wall, l'irrequieto laghetto nero di Crater Sink, su cui l'ozono del cielo non si rispecchia mai, diventano misteriosi passaggi dimensionali per e verso il vuoto.


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Parlare de I confini del nulla (The Homecoming il titolo originale, a destra la cover americana), così come dissertare del precedente volume, significa sbrogliare un bandolo talmente contorto che a tratti si rischia di rimanere impegolati nelle sue reti beffardamente aggrovigliate. Sì, perché la saga di Stroud non è una storia, o un insieme di racconti, e neppure un intreccio di narrazioni corali che in qualche modo, legandosi tra loro secondo strane alchimie, finiscono per raggiungere un equilibrio strutturale forse poco credibile, ma senz'altro estremamente coerente.

La serie inaugurata dallo scrittore americano ha più le caratteristiche di un'epopea contemporanea, qualcosa che sfugge dal rigore del racconto a più voci per trasfondersi sul piano sfalsato dell'epos. C'è la tradizione di un paese, piena di fantasmi e presenze inquietanti, voragini temporali e aperture indefinibili sull'Altrove, che coincide però sempre con lo splendore di una cultura a tratti steinbeckiana, maestosa, di grande levatura morale. È per questo che non è importante capire la storia di Niceville in sé, perché, se una storia c'è, è così complessa che anche il lettore più preparato riuscirebbe a perdersi dopo le prime trecento pagine, nel senso che, per fare un esempio, basterebbe richiamare alla mente uno specifico snodo narrativo per dimenticarne subito gli antecedenti.


È vero che, a ben guardare, un filo conduttore lo si troverebbe anche, ma si tratta piuttosto di nuclei concettuali attorno ai quali dipanare un insieme di sottotrame, presto complicate da giochi ad incastro degni di una soap opera particolarmente violenta. C'è la rapina alla National First Third Bank di Gracie, a cui prendono parte gli sbirri corrotti Joe Cocker, cecchino dall'uniforme impeccabile e occhiali Ray-Ban, nonché Charlie Danziger, poliziotto in pensione ed ex-marine vestito da cowboy e ranch pieno di armi e fucili. C'è Byron Deitz, capo della Securicom, l'azienda di materiale di massima sicurezza al centro di un traffico spionistico internazionale, e pure lui reduce di guerra, come i cognati Nick Kavaneaugh e Reed Walker. E poi c'è il mondo dei morti, parallelo a quello di Niceville ma a esso sotterraneo, e che vede la presenza di alcune diaboliche creature femminili, delle streghe trapassate e reincarnate in forme a metà strada tra l'onirico e l'organico (Glynis Ruelle e sua sorella Clara Mercer, o lo spirito informe di Delia Cotton), che utilizzano il corpo di Rainey Teague, un ragazzino scomparso e poi ritrovato nel primo volume, discendente del mefistofelico Abel, per comunicare con i viventi.


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Quella di Stroud è una scrittura affilata come un bisturi, che apre le carni metaforiche dei suoi personaggi per mostrarne ossessioni e paure, che non sono mai le loro ma quelle di un'intera collettività collusa con vicende antiche e terribili, che vanno dalla segregazione dei neri a storie di ordinaria follia tutte contemporanee. Se Stroud fosse vissuto nel quindicesimo secolo, quasi di sicuro sarebbe stato un pittore fiammingo, tutto preso a rifinire i dettagli, le particolarità di un dipinto, gli indumenti come le capigliature, nonché il senso del paesaggio, così efficace nella sua scrittura da risultare, di fatto, il fulcro degli eventi.

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E se fosse stato un artista di oggi, avrebbe condiviso la sua creatività con Ralph Goings (vedi immagine a sinistra), forse appunto il pittore più lynchiano prima e più di Crewdson (di cui sopra vedete un'altra inquietante immagine, NdR), Duane Hanson e Edward Hopper (di cui vedete sotto a destra il celeberrimo Nighthawks). Insomma, stiamo parlando di gente che identifica lo stile con il contenuto, e il contenuto come un'emanazione fantasmatica dello stile. Ed è proprio all'iperrealismo che guarda Carsten Stroud, che approfitta dell'ingresso di un personaggio per lanciarsi in una disamina dei suoi vestiti, marche, costi, fogge e fatture tutto incluso, o di una sparatoria tra forze dell'ordine e sospettati pur di sciorinare una lunga, dettagliatissima lista di armi, pallottole e traiettorie balistiche.

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Il risultato è un unicum letterario, assolutamente perfetto, che certo non si rivolge alle vecchie tatarone da Circolo del libro, quelle che tra una tazza di tè al limone e un pasticcino alla crema grattano ancora muffa dalla loro collezione Émile Zola; sono le persone di buongusto le beneficiarie ideali di Stroud, quelle che leggono McEwan ma prediligono McGrath, quelle che frequentano le biblioteche ma preferiscono le librerie.


Marco Marchetti

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P.S.: attenzione! Il romanzo di Carsten Stroud non va peraltro confuso con un altro libro attualmente molto presente sugli scaffali delle librerie (noi l'abbiamo notato anche in un supermercato Esselunga, per es.), con il quale condivide il fatto di avere una foto di Gregory Crewdson-superstar in copertina (come vedete qui a sinistra). Si tratta però de "La verità sul caso Harry Quebert" di Joel Dicker (Bompiani): sì, ancora un noir sui misteri della provincia americana (qui si chiama Aurora), ma l'autore è svizzero e... soprattutto, si tratta di tutt'altro romanzo da quello analizzato da Marco nell'articolo che avete appena terminato (NdR).

 

Last modified on Friday, 18 October 2013 19:57
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