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Arte-fatti

Written by  03 Jun 2010
Published in Notizie
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Il manichino come icona postumana, dal cinema all'arte contemporanea (Pig Island di McCarthy in mostra alla Fondazione Trussardi) fino alla fotografia. La nostra e quella di Nikka Dimroci, che ci anticipa il suo progetto di mostra Manichini (foto a lato).

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Manichini, simulacri... protocyborg. Non serve ricordare il fascino ambiguo che queste evidenti copie artificiali di esseri umani esercitano sull'immaginazione artistica, pressoché da sempre, si può dire.

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La loro inquietante fissità, la loro fredda disumanità nel rappresentare - a volte molto fedelmente - i tratti somatici per l'appunto dell'umanità, la loro 'disponibilità' a diventare messaggeri d'angoscia, terrore (pensate alle bambole nel cinema horror) o simboli di una disumanizzazione strisciante, praticamente accompagnano il cinema dalle sue origini: dall'immortale Metropolis di Fritz Lang a Blade Runner, troviamo manichini utilizzati in film noir come Il Bacio dell'Assassino di Kubrick (foto qui sopra a sinistra) o Spasmo di Lenzi (foto a destra).

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Oppure nelle stilizzatissime messe in scena pop-surrealiste di Alain Robbe-Grillet (qui accanto vedete un'immagine del suo spiazzante Slittamenti Progressivi del Piacere, recentemente pubblicato in dvd italiano da RHV).

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Ora, potremmo domandarci il perché di questa passione degli artisti visivi umani per il simulacro in(o post)umano. Io penso che occorra fare una distinzione: nel cinema del fantastico il manichino esprime l'eterna attrazione-paura per il mito di Prometeo. Golem, mostri di Frankenstein, robot da Metropolis ai replicanti di Blade Runner rappresentano l'ambizione umana di "farsi dio" dando la (una) vita a fantocci inanimati, però sempre mescolata al terrore che la nemesi sia la loro ribellione. Che alla fine le creature superino, soppiantino, rimpiazzino il creatore.

Nel cinema noir/thriller, genere ancorato a maggior realismo, il manichino invece ha una funzione meno metaforica e più scenografica: serve a creare atmosfera in scene d'incubo e allucinazioni (i film di Lenzi e Fulci), oppure a confondere il protagonista in scene di suspence in cui vengono scambiati per persone reali (ad es. il finale nel magazzino del film di Kubrick).

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La metafora domina sovrana invece nell'arte contemporanea, che s'è appropriata del manichino fin dalle inquietanti bambole del surrealista Hans Bellmer, poi del termine "posthuman" già dal 1992, anno in cui la seminale mostra Post Human curata da Jeffrey Deitch porta alla notorietà mondiale nomi oggi iperquotati come quelli di Matthew Barney (Cremaster), Cindy Sherman (di cui a destra è riportata una delle provocanti bambole sessuate), a sua volta anche regista di un film noir (Office Killer del '97) e Paul McCarthy, del quale vedete riprodotte due opere qui a sinistra e a destra.

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E del quale peraltro, fino al 4 luglio, potete curiosare le installazioni di Pig Island alla Fondazione Nicola Trussardi (a Milano, via Brera 14), work in progress cui l'artista lavora da oltre sette anni, luna park carnevalesco abitato da pirati, clown, pupazzi di babbo natale, barattoli e avatar fatti in casa, in cui gli uomini si comportano come maiali (dalla presentazione della mostra, NdR).

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Una satira della società multimediale, iperconsumista e superficiale, disumanizzante, che apre a riflessioni identitarie che chiudono il cerchio con la fantascienza (dickiana in primis): io sono davvero l'io che credo o son solo un pupazzo? Siamo tutti pupazzi? E chi tira i fili allora?
Le angosce che probabilmente hanno animato gli artisti dai tempi di Bellmer fin ai suoi epigoni attuali: ad esempio, si parva licet, le fetish Dolls o il Post Uomo dell'umile sottoscritto (di cui vedete un paio d'esempi qua sotto) o i gruppi umano-manichino di Nikka Dimroci.

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La piacentina Nikka Dimroci (foto sotto a destra, QUI una sua breve bio, sul suo sito vedete altre sue foto) ci offre infatti un'anteprima esclusiva del suo progetto di mostra attualmente ancora in progress, intitolato appunto Manichini, di cui QUI vedete una gallery. La gallery s'intitola Love Will Tear Us Apart con riferimento (oltre che all'immortale canzone dei Joy Division) alla precedente mostra della 28enne Nikka, cui appartengono gli scatti a colori, incentrati su figure femminili sofferte o raggelate, mascherate d'un sexy senza passione solo per non sfigurare nel fast food emozionale contemporaneo. {mosimage}

Quasi un'anticipazione dell'idea di cui Manichini (le immagini in b/n della gallery) appare un naturale sviluppo, accostando figure umane a corpi (o parti) artificiali. Contrasti netti ed espressionisti, tecnica impeccabile, Nikka mette in scena sui suoi set cupi modelle con cui ha lavorato nel campo del fashion, del quale - pur restando nella ricerca della "bella immagine" - sembra rappresentare un po' l'"ospedale da campo", le macerie di una guerra glamour in cui tutti appaiono truccati da vincitori ma escono a pezzi. Come bambole rotte.

Per tornare alla distinzione introdotta parlando di fantocci nel cinema, qui siamo sicuramente in un campo vicino al gusto noir applicato alla bellezza femminile e all'eros. Tutto perfettamente rappresentato dalla citazione di Bukowski che ben esprime il clima emotivo in cui nascono le immagini di Nikka: "Se un giorno vedessi anche UNA SOLA persona che fa o dice qualcosa di insolito, mi aiuterebbe a tirare avanti. Invece sono tutti stantii, grigi. Non c'è slancio. Occhi, orecchi, gambe, voci ma…niente. Rinchiusi dentro se stessi, si prendono in giro, facendo finta di essere vivi". (da Il capitano è fuori a pranzo).

Mentre meditate su chi siete veramente, andate a vedere la mostra di McCarthy, se i vostri arti meccanici vi reggono ancora. Vi segnaleremo quando sarà in allestimento anche quella di Nikka Dimroci.

 

Mario G

Last modified on Monday, 21 June 2010 13:59
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