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Go Go Tales: la bontà di Abel

Written by  26 Nov 2008
Published in Cinema
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L'ultimo film di Ferrara, girato a Cinecittà, non è affatto brutto come molti dicono e come scrissero all'uscita in sala: nel tragicomico declino del vaudeville di Willem Dafoe un (involontario) quadro del crepuscolo della nostra società?

Oggi mi è caduto il lettore portatile di cd e si è rotto. Spesso anche il lettore dei dvd di casa salta o s'impianta, qualche noia l'ha data anche durante la visione del film di Abel Ferrara... penso che andrebbe cambiato. Il pc a noi maldestri dà solo grane. Anche lo scooter sta tirando gli ultimi. Non ho i soldi per ricomprare tutto.
Minime noie quotidiane che, messe insieme, danno una malinconica sensazione di declino, di vita "rotta" a sua volta, bisognosa di restauri, forse di sostituzione in toto. Forse assomiglia un po' al crepuscolo della carriera, della vita di quel sognatore di mezza tacca di Ray Ruby, impresario di un night club di spogliarelliste sempre senza soldi e sull'orlo del fallimento.

Restituiamo un pizzico di dignità all'ultimo film del grande Abel Ferrara - un mio mito incrollabile - che, dopo il prevedibilmente fulmineo passaggio nelle sale (l'ho cercato e perso per ben due sere al cinema, l'ultima grazie ad un surreale blackout nell'UCI, che sapeva tanto di un'idea del regista stesso!), è finalmente uscito in dvd a nolo e vendita.

Con tutto il male che se n'è detto all'epoca dell'uscita, pur senza essere il nuovo Occhi di Serpente o Fratelli o Addiction (e nemmeno un ispirato Mary), secondo me si lascia vedere con piacere. Come anche nel film di Coppola su un altro spettacolo in via di chiusura (Radio America), la trama è quasi irraccontabile (una nottata al locale, debiti, creditori, balletti - in tutti i sensi - e soldi che non si trovano) ma conta meno dei singoli siparietti e dell'atmosefera complessiva che insieme compongono (che trovate nell'immagine composta qui sotto).

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Belle gnocche perdute galleggiano sullo schermo senza meta, mentre un'aria malinconica da fine impero - balliamo su un palcoscenico sempre più inclinato verso la fine - mi ha dato l'idea (magari involontaria) di un quadro dell'Italia contemporanea (dove il film è stato girato), in cui tutti recitiamo indefessi la nostra parte nella farsa generale, senza mai toglierci il papillon e ridendo di gusto mentre gli stucchi del palazzo che abitiamo ci franano in testa. O chissà, magari lo è anche dell'America contemporanea...

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Alla fine questo film, che si dinoccola pigramente senza apparente scopo (e qui le critiche dei più) attraverso i numeri sexy delle ballerine e l'isteria dei fallimentari impresari, è una commedia, senza enormi punti esclamativi, sì, ma neanche un film così vuoto e stupido come ne hanno scritto, a mio parere.
Se devo paragonarlo a un altro film di simile livello nella filmografia dell'Abel, lo metterei pari a un Blackout (meno tragico), per dire, con tutto che là c'era alle spalle più fresco il precedente metafilm Occhi di Serpente che lo faceva sfigurare, qui invece non c'è un consimile vaudeville con cui prender le misure, almeno nella filmografia del regista, quindi l'operazione sa meno di riciclaggio.
Trovo che alla fine aveva ragione Ferrara stesso ad accostarlo - in un'intervista -alla Morte di un Allibratore Cinese di Cassavetes come atmosfera e contesto (il night club come epicentro del mondo di un mediocre impresario malmesso ma dal cuore buono).

Una vecchia volpe come Abel, anche in questo marasma muove la mdp da par suo, curiosando fra le rughe e i belletti dei suoi minimi antieroi, in scena e fuori, con inquadrature sghembe dalle telecamere a circuito chiuso, anche quando si credono lontani dai riflettori. E, proprio come ai tempi di Blackout, alternando pellicola e video, riprese "ben fatte" e "sbagliate", ci offre quello sguardo insistente, onnipresente e impuro sui personaggi di cui è maestro.

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Mentre, come già ai tempi di Madonna in Occhi di Serpente, riesce ad uscire in piedi persino dalla recitazione di Scamarcio (un cameo piuttosto urlato e 'marcio') e di Asia Argento (sempre più credibile in ruoli di baldraccona isterica), cui è toccato il compito di incarnare - colla famosa slinguata al cane in scena (foto a lato) - tutto il gossip morboso che all'epoca ruotò (ricordate?) sul dubbio "ma James Russo avrà veramente scopato la Ciccone nella scena 'troppo realistica' del film autobiografico diretto dal perfido Harvey Keitel?".

La performance attoriale di Willem Dafoe (gigionesca ma tutt'altro che da buttar via, sentitelo cantare da crooner di classe!) regge in buona parte il film. Intorno, tutto un vaudeville (come definirlo altrimenti?!) di medie glorie cinemusicali più o meno fané: il socio Bob Hoskins, il fratello checca Matthew Modine (altro ferrariano doc), la ex di Keith Richards Anita Pallemberg, la canzone I've Seen That Face Before (Libertango di Piazzolla in versione disco), cantata da Grace Jones a metà anni '80: un classico che rimetterebbe in piedi anche una scena vuota in qualsiasi film...


Certo, il sottoscritto è anche un incurabile ferrariano e quindi magari ha l'occhio più tenero del dovuto... proprio come quel tragicomico Willem Dafoe, che continua a sognare il suo locale di spogliarelli, come fosse la celebrazione dell'Arte Pura, incurante del fatto che intorno a lui la nave sta allegramente affondando.... O forse no?

PS: negli extra del dvd, per noi guardoni, le performance complete delle lap dancer. Ma non aspettatevi scene più hot di quelle che vedete nel montaggio finale del film!

Mario G

Last modified on Thursday, 27 November 2008 16:55
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