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La Nuda Estasi degli Iconoclast

Written by  03 May 2014
Published in Musica
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Con Naked Rapture il duo newyorkese del no-jazz ultra indie pubblica l’ottavo album in 24 anni di orgogliosa militanza nella musica di frontiera senza compromessi.

 


 

Li ho conosciuti nel lontano 1994 (vent’anni fa, ‘cidenti!), suonavano in un Arci di Reggio Emilia (dove io lavoravo in teatro). Ma loro stavano già sabotando l’idioma del jazz con furia punk da ben sette anni circa: nell’89 esce la loro cassetta autoprodotta Sins Of New York, mentre è del ’90 il primo cd, City Of Temptation.

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Poi ci siamo incontrati a New York nel ’97: siamo andati insieme a vedere un concerto di un loro progenitore, James Chance/White (ai tempi della no wave più furibonda leader dei Contortions). Ricordo d’aver fotografato la sassofonista Julie Joslyn abbracciata al tarchiato James come una fan adolescente, potenza dell’affinità in musica.

Dieci anni dopo, dopo numerosi altri tour passati anche per l’Italia, nell’ottobre 2007 han celebrato i 20 anni d’attività insieme con un concerto allo Sputnik di NY, dove hanno proiettato anche il nostro Con Gli Occhi Di Domani, da noi sonorizzato giusto l’anno precedente con i brani che loro ci avevano amichevolmente prestato, da una discografia ormai già corposa.

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Che arriva ora all’ottavo album con questo Naked Rapture (cover in apertura): ben 25 brani per 75’ di musica, come sempre radicale e spiazzante, probabilmente la loro opera più matura ed equilibrata (se l’aggettivo ha un senso con loro!).

Diciamoci la verità, se fossimo negli anni ’70, quelli della musica libera e senza frontiere – fra jazz e rock, tradizione e avanguardia, colta e pop – gli anni di Sun Ra e di End Of An Ear di Robert Wyatt, quelli in cui un Lol Coxhill prestava il suo sax prima a prima a Kevin Ayers, poi ad Anthony Braxton infine persino ai Damned; o almeno nella prima metà degli ’80, che ci diede appunto i James White, i John Lurie, Marc Ribot e i John Zorn, gli Iconoclast siederebbero a pieno diritto a fianco di tutti questi ormai classici precursori più o meno diretti.

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Ai quali si affiancano anche con progetti solisti se possibile ancor più spericolati della loro musica in duo, come Coat Of Arms (cover qui a destra), l’album di sola batteria di Leo Ciesa (che la suona anche nei Doctor Nerve), uscito nel 2013, praticamente il Metal Machine Music del tamburo.

È solo la meschinità del XXI secolo che li ha condannati a mantenere la passione per la musica facendo un secondo lavoro per campare (psicologa la Joslyn, tassista Leo Ciesa, se ben ricordo). Ma, fieri e incuranti, i due newyorkesi continuano per la loro strada: registrano anche questo nuovo Naked Rapture da soli, senza cercare ospiti di grido o escamotage per attirare l’attenzione, praticamente live in studio, suonando come potrete meglio capire se avrete occasione di sentirli in concerto: lei si alterna fra sax alto, violino, live electronics e canta Five Finger Bruise in una sorta di growl distorto da grindcore (ma pizzicando le corde del violino come una chitarra acustica per il riff ritmico); lui fra batteria, synt e pianoforte (in quest’album mai così lirico), cantando a sua volta la drammatica When I’m Gone con un rantolo da Tom Waits inacidito.

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Sono, queste, le uniche due composizioni cantate dell’album, insieme allo scat tremendista di How Fast Is Evil?: il resto sono 75’ di post jazz strumentale e onnivoro, che spazia fra il Dizzy Gillespie di Night in Tunisia (“generalmente suonato da band ben più ampie”) e lo Chopin di Revolutionary Etude (Étude op. 10 n. 12, “una composizione per solo piano, mentre nella nostra versione la batteria suona la parte della mano sinistra sul pianoforte, mentre il sax fa la melodia della mano destra”), due cover agli estremi del loro amplissimo spettro sonoro, che anche stavolta comprende “tutto ciò che da sempre individua l’Iconoclast sound, all’interno del quale quest’album è un diretto sviluppo del precedente Dirty Jazz”, spiegano loro.

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E qui risiede forse l’unica aporia della loro musica: è talmente aperta e varia, che è difficile che un nuovo album possa conquistare territori davvero “nuovi” al loro suono. Un sound che, già nella nostra recensione del 2010 (dalla quale non ci discosteremmo per definire gli elementi che lo compongono), definivamo il loro più maturo e compiuto: che allora sia davvero in corso un cammino verso la “maturità” anche per il radicalissimo duo? “Oh, noi siamo ben oltre tutto questo, profondamente nella stratosfera di chissà cosa… forse di una ‘eterna follia costruttiva’”, puntualizzano sdegnati dalla sola idea di “normalizzarsi”.

E, quando uno è nella stratosfera (“Out in space”, avrebbe detto Sun Ra), dovrà forse preoccuparsi di ampliare ulteriormente lo spettro sonoro di un nuovo disco?



Mario G

P.S.: dato che l’album non è distribuito in Italia, fino al loro prossimo tour, se volete ascoltarlo potete ordinarlo online QUI.

P.S.2: le foto di concerti che illustrano l'articolo non sono tratte dalle recenti date italiane degli Iconoclast ma provengono rispettivamente da un concerto in Slovenia (nel booklet dell'album), uno in Croazia, uno a New York e uno in Cadore (nel '98) e sono tratte dalla pagina FaceBook della band.


Last modified on Saturday, 03 May 2014 20:05
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