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La (ridotta) forza della follia teatrale di Jan Fabre

Written by  28 May 2014
Published in Teatro
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The Power of Theatrical Madness, al Piccolo di Milano: 4 ore di minimalismo astratto sono troppe e, a trent’anni dalla sua creazione, il teatro come “installazione d’arte vivente” risulta un po’ datato.

"Il senso profondo dell'arte è curare le ferite dell'anima"
(Jan Fabre)


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Il quadro secondo me più interessante di The Power of Theatrical Madness (Teatro Strehler, 27 e 28 maggio) mostra una ballerina di spalle al centro del palco, illuminata da una sola lampadina appesa a un filo. Si muove lentissima, imitando una sorta di volo d’uccello al rallentatore. Intorno a lei irrompe una decina di danzatori in abito nero, che si rincorrono in una specie di prendimi-prendimi chiassoso. Durante il gioco, metà di loro si toglie e rovescia il vestito, che all’interno si rivela argentato.

Ora quattro danzatori neri si dispongono in fila a fondo palco, di fronte a quattro argentati. Questi ultimi sgusciano continuamente dal controllo dei neri accennando danze allegre, buffe, discotecare, subito ripresi e rimessi a posto dai loro guardiani in nero. Su di loro, si stende una musica iterativa di Wim Mertens (Maximizing the Audience), in cui la voce della cantante ripete più volte il nome di Richard Wagner. Alla fine le danzatrici argentate si liberano dai custodi in nero e danzano allegramente sul proscenio. Fino ad essere ricatturati.
Per tutta la durata di questa scena, la ballerina al centro continua l’incessante, lentissimo, malinconico moto d’uccello.

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Un altro quadro molto affascinante del fluviale spettacolo di Jan Fabre è quello della “pietà”, in cui (sullo sfondo di un dipinto di Amore e Psiche) quattro danzatori maschi piangono la morte delle quattro rispettive compagne, deponendole delicatamente sul proscenio. Esse dopo poco si risvegliano come da un sogno, si rialzano e leggiadramente tornano in braccio ai loro amanti, dove tornano a morire per poi ripetere la scena da capo. Un’infinità di volte, fino allo sfinimento dei corpi e al trascinarsi dei gesti (purtroppo non disponiamo di foto che ritraggano queste scene, NdR).

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Luk Van Den Dries
– autore del libro Corpus Jan Fabre (solo in inglese) – spiega che la performance mira a svelare i meccanismi della finzione teatrale, partendo dalla fiaba di Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore, cui si richiama il buffo tango fra due imperatori completamente nudiche vediamo in scena (foto a destra). E che “la ripetizione in questo universo chiuso diventa disturbante”.

Ha ragione, ma anche nel senso negativo del termine: il minimalismo dell’azione, la reiterazione all’infinito di azioni apparentemente prive di senso (o comunque svincolate dalla bencheminima narrazione logica), a trent’anni dal debutto dello spettacolo (che il Piccolo ripropone proprio in una celebrazione del trentennale del Troubleyn Theatre) ha perso molta della forza dirompente che nell’84 doveva apparire senz’altro più dirompente, come nei contemporanei lavori di Bob Wilson (cui Jan Fabre è stato accostato, specie per la geometrica precisione delle luci).
E stanca, nonostante il frequente impiego di ironia nel minimale sviluppo delle scene, che talvolta può ricordare il Kabuki (o se preferite la tortura cinese!), così come il citazionismo insistentemente post moderno (almeno tale a me è parso) di ripetere, sullo sfondo di dipinti famosi, sfibranti litanie di autori e opere teatrali fondamentali e rivoluzionarie, da Ibsen a Brecht, da Nono a Müller, da Isadora Duncan a Martha Graham e Merce Cunningham, da Trisha Brown a Twyla Tharp e così via e ancora e ancora per interminabili decine di minuti.

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I suoi attori-danzatori-performer offrono sempre prestazioni fisiche di resistenza all’artaudiana crudeltà del perfido artista totale belga (che non a caso in passato collaborò anche con Marina Abramovic) veramente “postumane”: corrono sul posto per mezz’ora filata (mentre declamano titoli e date), vengono buttati giù dal palco e scacciati, spesso sono nudi, a volte bendati e minacciati da un coltello qui a sinistra)…

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Ma purtroppo stavolta non si è replicata la magia che simili elementi avevano evocato in me alla visione di The Crying Body (all’Out Off nel 2004, cui si riferiscono le mie foto qui a destra): forse un’opera più recente e matura che, pur nel linguaggio sempre a-narrativo, rendeva più direttamente impattanti i nuclei (guerra, dolore, sesso, morte) in cui il corpo esprime le proprie emozioni più estreme attraverso secrezioni liquide, cui appunto si riferiva il titolo.

La Maratona Jan Fabre al Piccolo continua il 31 maggio e il 1 giugno con le 8 ore di This is Theatre like it was to be expected and foreseen, dell’82.
Ma stavolta senza di me. Io attendo di essere sfidato di nuovo da un Fabre proiettato verso il futuro.


Mario G

P.S.: le due foto di The Crying Body (in b/n) sono di Mario Gazzola. Le altre di The Power of Theatrical Madness (a colori) sono fornite dall'Ufficio Stampa del Piccolo Teatro o scaricate dal web. Posthuman ringrazia gli autori.

Last modified on Wednesday, 28 May 2014 18:48
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