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Mattatoio, al libero mercato dei Ricambi

Written by  27 Feb 2011
Published in Teatro
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Confronto a due voci fra il testo teatrale di Marco Di Stefano e il racconto L’Officina dei Ricambi di Mario G. Due approcci diversi per affrontare il tema di un mondo disumanizzato in cui all’individuo non rimane più nemmeno la dignità dell’integrità corporea.

 


 

«Mi chiamo Andrea, ho 22 anni, ho debiti con due banche.
Sono A RH positivo. Vendo rene e midollo a euro 50.000 mila trattabili.
No perditempo. Solo se interessati.»

Connessioni casuali: ho scoperto che al Teatro della Cooperativa andava in scena Mattatoio appena in tempo per vedere la penultima replica delle sole sei in programma, non abbastanza per consigliare a voi di vederlo, come avrei voluto fare subito dopo.

Due donne si incontrano, ringhiano l’una contro l’altra senza esclusione di colpi, si sfidano nell’arena più squallida della contemporaneità: quella del bisogno, mascherato da “libero mercato”. L’una è povera, per vivere accetta di vendere il proprio utero all’altra, ricca e sterile.

Non una maternità per procura, no: venderà proprio l’organo, grazie a un’innovativa quanto disumana nuova possibilità nella tecnica dei trapianti.
Il testo – scritto e diretto da Marco Di Stefano – mi coinvolgeva personalmente: a una prima occhiata, assomigliava molto al mio primo racconto pubblicato, L’Officina dei Ricambi (uscito nel 2007 su Robot numero 51, vedi copertina qui a destra).

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Entrambe le storie parlano di uno spietato mercato di organi, in cui chi può pagare può permettersi di comprare i “pezzi umani” necessari al prolungamento della propria vita (a danno di quella dei poveri donatori, “esercito biologico di riserva”); tema peraltro non nuovo nella fantascienza (il romanzo “Coma” di Robin Cook è del ’77, il film Coma Profondo trattone da Michael Crichton dell’anno seguente).


Ma l’aspetto più inquietante del lavoro di Marco – oltre che la sua fondamentale differenza dal mio racconto – sta proprio nel fatto che NON si tratta di fantascienza: come recitano le note introduttive allo spettacolo, già nel 2009 su Repubblica era apparso un articolo sull’inquietante commercio online di organi in corso su siti protetti, messi in vendita da disperati americani bisognosi di denaro. Come si suol dire, l’America è sempre avanti su tutto, no?


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A quanto scopro poi, parlando col Di Stefano dopo lo spettacolo, ci sono già negli USA medici ultraliberisti che propongono di legalizzare questo mercato, al momento costretto all’underground: se uno vuol vendersi un rene ed è maggiorenne, sano e lucido, perché impedirglielo, sarà suo diritto guadagnare come gli pare, no? Perché sprecare un sì promettente bacino di business?!

Ecco, l’aspetto più interessante dell’atto unico di Marco Di Stefano – più dell’intreccio giallo-sentimentale che lega/divide le due donne in scena (le giovani e intense Chiara Claudi e Désirée Giorgetti, che vedete nelle foto accanto, sopra e sotto) e l’uomo (mai in scena, invece) che si sono contese in passato – è che non prospetta una possibile degenerazione futura: ce ne mostra una già attuale, tanto straziante da sembrare fantascienza mentre invece è già realtà. E la mette in scena nell’algida cornice del luogo-simbolo della nostra società del comprovendo universale: il supermercato.

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Le voci fuori campo che recitano i mostruosi annunci “A.A.A.” (come quello riportato in apertura) non sono frutto di scrittura, ma solo di trascrizione. Di reali annunci, apparsi su siti in cui basta accreditarsi nei modi opportuni, per poter partecipare a un nuovo, agghiacciante “pasto nudo”, un’ultima frontiera del neo medioevo di ritorno per la civiltà dei telefonini e del tutto disponibile sul web.
Anche le vite degli altri.

Mario G.

 


 

«Si vive con un solo rene?
Si vive? Si vive? Si vive…?»

Con questa domanda si apre L'Officina dei Ricambi di Mario Gazzola (qui sotto a destra vedete un'illustrazione realizzata dall'artista Fabio Giampietro per questo racconto, NdR). E la risposta, senza entrare nei dettagli clinici riguardanti la qualità della vita, sarebbe sì. Ma se parliamo di “vendita per bisogno” allora la posta in gioco è molto più alta. Siamo nel 2025 e il protagonista del racconto è in carcere a San Vittore. I suoi ricordi sono confusi, si mischiano alla realtà, e più cerca di ricordare più il senso di vertigine si impossessa di lui. E di noi.

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È colpevole? Non lo sapremo, ma forse non importa. Ciò che importa è che, nell'ipotetico futuro disegnato da Mario Gazzola, San Vittore è un'officina, un laboratorio dove si recuperano le parti buone dei rottami umani detenuti in carcere. Organi. Organi in cambio di sconto di pena. Organi per i sani, i giusti, i ricchi, per quelli che stanno fuori dal carcere e chi se ne frega se un detenuto è senza un rene o una cornea?

E allora la domanda “Si vive con un solo rene?” assume significati ben più inquietanti. Significati che vanno ben aldilà della diagnosi clinica. Significati che riguardano la dignità umana. Tempo fa, parlando di Mattatoio dissi che la vendita di organi è la forma di prostituzione massima. Questo vale anche per il racconto di Mario Gazzola, dove al posto di soldi si ricevono in cambio anni di libertà, dove il corpo diventa l'unico bene barattabile per cercare di avere un futuro aldilà di quelle quattro mura, aldilà della detenzione, aldilà del limbo carcerario.

Ecco, il punto di contatto più intimo tra Mattatoio e L'officina dei ricambi: la presa di coscienza di un mondo che sta cambiando, un mondo che sta perdendo la propria identità, un mondo che in nome del potere e del denaro si sta sfaldando, sta perdendo la cognizione del limite non solo morale, ma anche fisico. Perché se posso permettermelo che male c'è a sostituire i pezzi del mio corpo che vanno in malora? Se posso pagare un disgraziato per il suo rene che male c'è? O ancora peggio: ma se a lui serve per uscire prima dal carcere? In fondo gli faccio un favore.

L'Officina dei Ricambi è stato scritto prima di Mattatoio, ma da questo punto di vista ne rappresenta il sequel. Se Mattatoio è il presente L'Officina dei Ricambi è una profezia macabra, un monito oscuro di grande efficacia che ci avverte dei pericoli della nostra società occidentale, ormai irrispettosa anche del più sacro dei templi: il corpo umano. Perché noi siamo il nostro corpo. E Mario Gazzola lo sa.

Un'ultima nota. L'incontro tra me è Mario è stato casuale, ma forse neanche troppo. E non è un caso che il nostro dialogo avvenga su un sito chiamato Posthuman. Perché post–umano è il mondo da noi descritto.
Un mondo che forse inizia a starci stretto.

Marco Di Stefano

 


 


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Come dicevamo in apertura, purtroppo al momento non siamo in grado di segnalarvi dove e quando Mattatoio tornerà in scena, ma ci impegnamo a farlo non appena possibile. Perché, come spesso abbiamo scritto, si tratta di un testo (nuovo e italiano, anzitutto, il che oggigiorno è già una sfida) che parla del presente e non delle corti di Danimarca. Che ci spinge a riflettere sulla nostra (in)civiltà, sulle sue storture, su cosa siamo e/o cosa stiamo diventando.
E, così facendo, recupera l'autentica funzione etica del teatro, così come quella della buona fantascienza è quella di metterci in guardia su quali minacce potrebbe riservarci il nostro mondo, se non ne riprendiamo la guida alla svelta.

Per questo, anche se può risultare un po' duro, secondo noi è uno spettacolo che varrebbe la pena di mostrare alle scuole (magari agli ultimi anni) e poi commentarlo coi ragazzi.
I filmati dei tg della sera sono lì, pronti ad offrirci tutto il loro orrore per un raffronto diretto.

Mario G.



P.S.: Posthuman dà il benvenuto a Marco Di Stefano, che con questo confronto fra i due testi debutta ora sul sito. Ci auguriamo di riaverlo presto ospite per nuove collaborazioni.

 

 

Last modified on Monday, 07 March 2011 14:34
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