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La notte del giudizio - la violenza del branco

Written by  18 Aug 2013
Published in Cinema
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The Purge di James DeMonaco fonde distopia sociale, film d’assedio e giustizieri metropolitani, vibrando un colpo all’America dei cow boy, ossessionata dalle armi.


<<“E poi, a questo mondo ognuno è sempre stronzo a qualcun altro… Giusto? Ehi, dico a lei.” A. non risponde. Solo adesso si rende conto di aver
girato una chiave che ha messo in moto… qualcosa.
Qualcosa che lui non è in grado di fermare.>>

(Giovanni Zucca, Histoire d’A.)


Vedendo La Notte del Giudizio in piena desolazione ferragostana, mi è tornato alla mente l’affilato racconto di Zucca (dall’antologia Anime Nere, Mondadori) qui sopra citato. Perché il conflitto morale messo in scena dal film di James DeMonaco è sostanzialmente lo stesso.

La trama è presto detta: nel 2022 gli USA han trovato il modo di ridurre la criminalità, la disoccupazione e addirittura potenziare l’economia, istituendo la “notte dello sfogo” (The Purge, titolo originale del film). Dalle 19 alle 7, dal tramonto all’alba, ogni crimine, violenza, aggressione, vendetta, è consentito dalla legge. Polizia, pompieri e ambulanze riprendono le attività (partendo da impressionanti conte delle vittime nelle strade) solo il mattino dopo. In mezzo, è il ritorno alla legge della frontiera, tanto cara alla mitopoietica della nazione dei cow boy.

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La famiglia Sandin si prepara alla notte della “caccia selvaggia” (rituale con profonde radici nordiche ritratto nel quadro di Norden, riprodotto qui a destra, già cover del primo album dei metallari Bathory) blindando la lussuosa villa suburbana coi sistemi di cui papà Ethan Hawke è venditore di successo. Ma, destino beffardo, sarà proprio suo figlio a sbloccarli per offrire rifugio a un disperato nero braccato da una squadraccia.

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Ovviamente la situazione precipita: la squadraccia mascherata (nelle foto), composta da giovani bene dello stesso quartiere residenziale, reclama la vittima, che “esiste solo per permettere il nostro sfogo”. Per averla, i guerrieri della notte borghesi si appellano educatamente a una ripugnante “solidarietà di classe” fra gente “perbene”. Qui la paura dei Sandin ci assesta il primo uppercut morale: meglio cedere al ricatto e consegnare l’ostaggio che crepare malamente tutti quanti (le barriere dello yuppie Ethan non son poi così impenetrabili). È la legge del branco.

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Poi, quando un barlume di coscienza illumina la mente del capo famiglia inducendolo alla resistenza in difesa dell’innocente braccato, l’assedio dei giovinastri si dispiega in tutta la sua ghignante brutalità, precipitato della marcia progenie filmica che va da Arancia Meccanica a Funny Games e al recente The Strangers (per l'uso delle maschere carnevalesche da parte degli assedianti senza volto). fin qui tutto narrativamente abbastanza prevedibile: ci troviamo in un classico film d’assedio – il regista è stato sceneggiatore del remake del carpenteriano Distretto 13 – in cui si intrecciano temi tipici del filone rape & revenge (il buono costretto a farsi giustiziere violento per difesa) e della romeriana Notte dei Morti Viventi (il nucleo americano medio assediato da “mostri diversi”). Il tutto condito da un ampio uso di riprese da monitor domestici e videocamere di sicurezza (foto sotto a sinistra), molto di moda nell’era del cinema POV, fino al buio totale che cala quando gli assedianti fan saltare la corrente in casa (foto in basso a destra).

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Infine, anche lo scatenamento di istinti violenti come “purga” della società da peggiori violenze (guerre, criminalità etc) ha lunga tradizione filmica alle spalle: i film gladiatorii come Rollerball, il fulciano Guerrieri dell’Anno 2072, il nipponico Battle Royale e il suo attuale epigono adolescenziale, la saga di Hunger Games (trilogia in pole position in libreria, secondo film atteso a novembre).


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Il film di DeMonaco aggiunge al genere un inquietante tassello sociologico, ben evidenziato dai dialoghi fra questi beneducati selvaggi dei quartieri alti: che lo “sfogo”, cui i personaggi assegnano anche valenze quasi mistiche di purificazione dell’anima degli stessi assassini, abbia in realtà un fine assai più concreto e cinico, ossia favorire l’eliminazione di poveri, deboli e altri “pesi per la società” (ovviamente quelli che non hanno i mezzi per blindarsi la casa).
Letta, ecco come ridurre la disoccupazione e i costi dell’INPS!

Pur senza essere un capolavoro del cinema, La Notte del Giudizio non è solo un cocktail di generi noti: l’evoluzione della trama riesce a sorprenderci con alcuni twist imprevisti, peraltro latori di un nitido attacco alla filosofia all-american del giustiziere. Purtroppo, non posso essere più preciso senza infierire con uno SPOILER TRAMA: anzitutto la morte di Ethan Hawke a ¾ di film ci nega l’happy end coll’eroe che ha salvato la famiglia pur dovendo cedere a (giustificata) violenza. Poi, la strage dei giovinastri da parte dei vicini di casa, non motivati da intenti di soccorso ai Sandin, bensì da quello di sfruttare l’assedio per “vendicarsi” del successo economico della famiglia protagonista, ci molla la mazzata finale (FINE SPOILER).

E rieccoci alla citazione del racconto posta in apertura: non importa quanto tu sia fra i buoni, tollerante e progressista, sarai sempre lo stronzo di qualcun altro. La logica del giustiziere non può “rimettere a posto le cose” e far trionfare la Giustizia, ma solo dare il via a un bagno di sangue senza fine.
Quindi, la decisione della moglie (SPOILER - ormai vedova) di Hawke di por fine alle vendette pur avendo riguadagnato il favore delle armi (grazie a un negro!), deve arrivare come un pugno allo stomaco a quell’America che – dopo una strage – non bandisce le armi ma anzi ne incrementa le vendite.

A volte un film di genere, anche di taglio medio, riesce a cogliere efficacemente uno zeitgeist anche al di là dei propri specifici meriti artistici.
È il caso de La Notte del Giudizio. Da salvare dall’oblio estivo.


Mario G


Last modified on Tuesday, 20 August 2013 11:08
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